Quanto mi resta in tasca? Guida passo passo per professionisti che vogliono aprire la partita IVA in regime forfettario. L'esempio di un infermiere

 

Nell’attuale mondo del lavoro succede che alcuni soggetti, dopo anni di esperienza come lavoratori dipendenti, valutino di continuare la propria attività diventando lavoratori autonomi. Ugualmente succede che ad alcuni giovani che iniziano un’attività professionale sia data la possibilità di aprire la partita IVA, anche se nel loro settore molti colleghi sono tipicamente assunti come dipendenti.

 

 

In questo appunto ci riferiremo solo a soggetti che scelgono il lavoro autonomo, non a chi è obbligato ad aprire la partita IVA per una preferenza del datore di lavoro / committente: indubbiamente tra le motivazioni della scelta ci può essere anche la possibilità di godere dei vantaggi del regime forfettario.

Una frequente preoccupazione di questi potenziali clienti è il pagamento dei contributi e delle imposte, in quanto non trattenuti dal datore di lavoro / committente come nella condizione di dipendente. Chi sta pensando a questo salto si chiede: “Quale parte degli incassi devo tenere da parte per far fronte ai contributi e alle imposte?”.

Facciamo il caso di un infermiere che dopo anni come lavoratore dipendente decide di mettersi in proprio e avanziamo alcune ipotesi semplificate (tutti gli importi sono arrotondati all’unità di euro).

Il cliente in questione rientra nel regime forfettario e può avvantaggiarsi dell’aliquota ridotta del 5% per i primi 5 anni. Trattandosi di attività professionale, il regime di vantaggio riconosce costi a forfait del 22% (il reddito è cioè considerato imponibile al 78%).

Ipotizziamo che l’infermiere in oggetto emetta fatture per compensi per 2.000 euro al mese (cui applica la cassa professionale del 4%), per un totale di euro 24.000 euro di compensi all’anno e 24.960 euro di incassi (comprensivi di 960 euro di cassa professionale applicata in fattura). Il reddito lordo a seguito dell’applicazione della percentuale di forfait è di euro 18.720.

A tale importo bisogna sottrarre i contributi previdenziali versati. La cassa degli infermieri prevede un contributo soggettivo del 16% sul reddito lordo indicato, pari a 2.995 euro (con un importo minimo di 1.600 euro). Oltre a questi, il professionista deve versare il già citato contributo integrativo del 4% applicato in fattura per un totale di 960 euro (con un minimo di 150 euro). Il contributo integrativo non va dedotto dal reddito. Nell’esempio si tralasciano importi non significativi, come il contributo di maternità e l’imposta di bollo.

Il reddito imponibile è quindi di 15.725 euro e le imposte dovute sono di 786 euro. Il professionista dell’esempio, sempre a regime, incassa ogni anno 24.960 euro, deve contributi per 3.955 euro e imposte per 786 euro, per un totale di importi da versare di 4.741 euro e un netto di 20.219 euro. L’importo da versare corrisponde al 18,99% degli incassi. Potremmo dire a questo potenziale cliente di non spendere il 20% dell’incassato e di stare tranquillo.

In realtà il momento in cui si devono pagare imposte e contributi non coincide con l’anno in cui si produce il reddito.

Infatti nel primo anno il soggetto in questione versa solo i contributi minimi.

Nel secondo anno il professionista deve versare per la prima volta le imposte: 856 euro di saldo e altri 856 euro di acconto, per un totale di 1.720 euro. Per effetto dei valori derivati dalla dichiarazione dei redditi, a dicembre del secondo anno dovrà versare anche il conguaglio dei contributi, pari a 2.205 euro (mentre durante il secondo anno avrà versato nuovamente i contributi minimi).

Rendiamo l’esempio ancora più realistico considerando che la cassa di previdenza degli infermieri prevede un acconto del 18% dei contributi in aggiunta a quelli minimi. Ciò avviene dal terzo anno, ovvero dall’anno successivo alla prima comunicazione del reddito professionale e del volume d’affari inviata all’ente. Ciò è sicuramente positivo, perché in questo modo si evita di versare la stragrande maggioranza dei contributi con il conguaglio di dicembre.

 

Procediamo con le stesse ipotesi fino al quinto anno.

 

Nella seguente tabella riportiamo la sintesi degli incassi e dei pagamenti per imposte e contributi dei cinque anni. Si può facilmente notare che nessun anno è uguale all’altro e che nessun anno è identico all’anno teorico indicato in precedenza.

 

La disponibilità finanziaria di un intero anno è però poco significativa, dal momento che potrebbe essere più rilevante sapere quanto resta alla fine di ogni mese.

Nel seguente grafico abbiamo riportato il dettaglio della disponibilità finanziaria mensile nei 60 mesi che compongono i 5 anni.

 

 

La linea blu mostra con più chiarezza quanto abbiamo provato a spiegare prima. La disponibilità finanziaria è diversa ogni mese ed è una circostanza cui il lavoratore autonomo si deve abituare. Inoltre ci sono alcuni mesi in cui il professionista potrebbe essere in difficoltà. Sono i mesi citati del secondo anno: a giugno deve versare il saldo delle imposte e il primo acconto e a dicembre deve versare il conguaglio dei contributi del primo anno. Ma anche negli anni successivi ci sono mesi un cui non deve versare nulla e mesi in cui deve pagare i contributi, il che produce l’andamento a zig zag del grafico. La rappresentazione sottintende che il soggetto in questione non abbia a disposizione nel mese altro se non quanto incassato nel mese stesso (tanto che a dicembre del secondo anno avrebbe un saldo negativo di 125 euro). Ci rifacciamo allora la domanda iniziale: “Quale parte degli incassi devo tenere da parte per far fronte ai contributi e alle imposte?”.

La percentuale che evita che il saldo finanziario a disposizione sia mai negativo è pari al 17%, ovvero un po’ meno di quanto indicato prima.

Non possiamo però andare oltre il quinto anno perché l’agevolazione del 5% decade e si passa all’aliquota a regime del 15%. Ipotizziamo che il professionista cessi l’attività proprio alla fine del quinto anno. In questo caso non dovrà versare gli acconti per il sesto anno, ma al contempo nel corso del sesto anno dovrà versare i saldi delle imposte e dei contributi del quinto anno.

Di conseguenza trattenere il 17% dell’incassato non basta, meglio il 20% che si era detto all’inizio e che faceva dormire sonni tranquilli, almeno finchè c’è l’aliquota ridotta per le nuove attività.

Alla fine di questo esempio con numeri reali, dobbiamo però rivelare che una delle ipotesi è inverosimile. Infatti è assai difficile che i ricavi siano uguali ogni anno: che non sia un lavoro dipendente camuffato da lavoro autonomo?

A questo punto possiamo tranquillizzare il potenziale cliente, consigliando (come detto in precedenza) di trattenere prudenzialmente almeno il 20% dell’incassato per gli anni in cui potrà godere dell’aliquota ridotta, ma avvertendolo anche che il problema dei flussi finanziari interessa tutte le partite IVA. Molti clienti sono sorpresi quando si comunicano loro gli importi da versare a titolo di saldo e di acconto, per le imposte come per i contributi.

A un primo anno di buoni risultati in termini di fatture emesse, succede un anno in cui devo pagare maggiori acconti. A un secondo anno senza buoni risultati, succede un anno in cui non devo pagare nulla, tanto da dimenticarsi che il giro ricomincia.

Si tratta solo di entrare nel meccanismo, ma soprattutto di dedicare parte del tempo ad analizzare i numeri insieme al proprio commercialista.

P.S. E se il contribuente non potesse godere dell’aliquota agevolata del 5% per i primi 5 anni e si dovesse applicare direttamente il 15%? Mantenendo le ipotesi dell’esempio, cambierebbero solo le imposte dovute (da moltiplicare per 3). L’importo da versare corrisponderebbe al 25,29% degli incassi, che possiamo arrotondare al 26%. La percentuale che evita che il saldo finanziario a disposizione nei primi 60 mesi sia mai negativo è del 24%.

 

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